L'amante del gelatiere

Capitolo 1

Sono nato il giorno di carnevale e sebbene non sia una gran bevitore di grappa, suppongo non si tratti di una coincidenza. Mio padre mi chiamava stuccatore. Non so come gli fosse venuto in mente, per lui ero semplicemente lo stuccatore, anche se stuccare non mi ha mai interessato. Lavorava come conducente di un vaporetto e io ero orgoglioso quando lo vedevo al timone sul Canal Grande. Mia madre dava una mano in un salone di parrucchiere in via Garibaldi nel sestiere di Castello. Entrambi si erano trasferiti da giovani dalla terraferma a Venezia per tentare la fortuna.
Nella mia prima infanzia questa fortuna consisteva in un minuscolo appartamento di due camere al secondo piano di una casa rosso bruna sul Rio della Misericordia. Era tranquilla, aveva un piccolo giardino e un cortile interno. Dalla lavanderia una porta conduceva nel cortile, e quando mia madre lavava io rimanevo seduto sul pianerottolo o tiravo la palla contro i muri ammuffiti, mentre l'aria si riempiva del profumo della biancheria fresca.
A Cannaregio, dove sono cresciuto, viveva la gente semplice. I vicini con cui avevamo a che fare erano muratori, pasticcieri, gelatieri. Avvocati, insegnanti o medici abitavano altrove. Vivevamo al margine più esterno di Venezia, all’estremo nord, «fora dal mondo», come dicevano gli stessi veneziani. Di gondole qui non ce n’erano, i turisti finivano raramente da queste parti. Ad arrivare sempre e comunque era soltanto l’acqua.
Davanti alla casa avevamo una piccola barca azzurra di legno. Quando il Venezia il fine settimana non giocava al Penzo la prendevamo per fare un giro in laguna. A volte attraversavamo semplicemente la città, a mio padre piaceva soprattutto fare rotta per il Rio del Santissimo, che passava sotto la Chiesa di Santo Stefano, per cantare a squarciagola Pope hoi proprio mentre veniva letta la messa.
Questo era il mondo della mia infanzia – la vita con l’acqua, sull’acqua, tra migliaia di pali avvolti dalle onde, un continuo ondeggiare, sciabordare, oscillare. Conducevamo una vita quasi nautica, in un certo senso eravamo tutti marinai nel profondo del cuore, navigatori, donne di mare, anche se nessuno di noi sapeva nuotare. Quando misi il piede sulla terraferma per la prima volta – avevo cinque anni allora – fu uno shock. Avevo creduto che tutti vivessero come noi. Non ci trovavo niente di bello nell’andare in auto sulle strade o nell’abitare in palazzi.
Ma non furono soltanto i miei primi passi sulla terraferma a essere difficili. Anche i primi tempi a scuola furono un vero tormento. Dovetti imparare che quello era un terreno completamente diverso, una sorta di terraferma del sociale. I miei compagni di classe erano più grandi, più forti e più rumorosi di me. Sin dall’inizio fui un diverso. Un tipico figlio unico viziato, questa era l’immagine che gli altri avevano di me. Già la parola figlio unico mi feriva: come se fosse una malattia crescere da solo; come se non si fosse del tutto normali a crescere senza fratelli né sorelle; come se questo arrecasse un danno permanente. Del resto di figli plurimi non si parlava nemmeno. Ma questo non contava. Ciò che contava erano quelle qualità che agli occhi dei miei compagni apparivano insopportabili. Troppo fragile e cagionevole. Troppo tranquillo e schivo. Troppo piccolo e troppo debole. Tutt’altro che uno stuccatore.
La mia situazione cambiò solo quando nella nostra classe arrivò una nuova compagna, figlia di un americano e di una romana. Visto che nella maggior parte delle materie ero più bravo degli altri, fu fatta sedere accanto a me. Mi dovevo occupare di lei e aiutarla quando non ce la faceva a seguire. Non ero affatto entusiasta. Ero in un’età in cui non si vuole avere niente a che fare con le ragazze, in cui sedere accanto a una ragazza è impossibile. Temevo lo scherno dei miei compagni, temevo di essere additato come femminuccia, l’epiteto peggiore che ti potessero affibbiare, ancora peggio di figlio unico.
Anche la nuova arrivata era figlia unica. All’inizio ero scettico, scostante, mi comportavo in modo impacciato e insicuro, ma superata la rigidezza iniziale cominciammo a intenderci sempre meglio. Si chiamava Noemi. Nel suo italiano riecheggiava un accento americano che aveva un non so che di attraente. Era più fine e raffinata degli altri. Nata a Manhattan, cresciuta a Brooklyn, aveva già visto del mondo più di noi tutti messi insieme. Il suo aspetto era fragile, nervoso e cagionevole, ma i suoi occhi raggianti e il suo sorriso mi conquistarono presto. Anche a rischio di fare la figura della femminuccia facevo qualsiasi cosa per farla sentire a proprio agio.
Che io fossi riservato e timido non sembrava infastidirla. Dopo una prima fase di conoscenza reciproca, ebbi la sensazione di piacerle. Credo mi ammirasse, anche se non capivo come mai. Forse perché in aritmetica o in italiano ero un po’ più bravo degli altri.
Ma non credo il motivo fosse così banale. Nei suoi sguardi e nei suoi gesti c’era una tenerezza nascosta. Finalmente avevo un amico in classe. Che fosse una ragazza, non mi dava più fastidio.
I miei compagni la accolsero con un certo distacco. La rispettavano perché emanava qualcosa di nobile, alcuni si sentivano addirittura in soggezione di fronte al suo inglese fluente. Ma nonostante lei fosse sempre gentile, la maggior parte della classe la trovava fredda, altezzosa e arrogante. Non era come una ragazza di Cannaregio avrebbe dovuto essere. Mi faceva soffrire che gli altri non le si affezionassero, ma in un certo senso mi stava anche bene, perché così si sarebbe concentrata ancor più su di me.
Dopo la scuola tornavamo a casa quasi sempre insieme. Abitavamo molto vicino. A volte veniva a trovarmi, ma solo quando i miei genitori non c’erano. Non so se per timidezza o intuito. Quando mia madre guardava dalla finestra non veniva mai su con me. Io da lei non sono mai potuto andare, probabilmente perché sua madre era quasi sempre in casa.
Spesso ero malato – conseguenza del danno subito in quanto figlio unico, a detta dei miei compagni –, il che induceva gli insegnanti a invadenti telefonate ai miei genitori. Dopo che mi erano state tolte le tonsille all’Ospedale Civile, rimasi per alcuni giorni a casa a letto. Naturalmente avevo avuto molta paura prima dell’operazione. Ricordo ancora che mentre ero legato mani e piedi a una sedia mi fu mostrato un palloncino arancione; il colore l'avevano fatto decidere a me e alla fine avevo scelto il mio secondo colore preferito. Cercai di afferrare il palloncino, quando improvvisamente, da dietro, una mano mi premette sul viso una maschera dalla quale fuoriusciva del gas, mi mancò l’aria, fui preso dal panico, dimenai i piedi e pensai mi stessero uccidendo. L’operazione andò come previsto.
Sul taxi acqueo, di ritorno al Rio della Misericordia, vomitai mettendo in imbarazzo mia madre. A casa ebbi altri conati di vomito e mal di gola. Mio padre mi prendeva in giro dicendomi che dovevo fare attenzione a non finire all’Ospedale degli Incurabili, un nome che mi aveva sempre terrorizzato al punto che non avevo mai neppure osato passare davanti a quell'edificio. In qualche modo le parole incurabile e figlio unico erano collegate, anche se diversamente da come pensavano i miei compagni.
Uno di quei pomeriggi dopo l’operazione, mentre mio padre guidava il vaporetto e mia madre lavorava nel salone di parrucchiere, Noemi venne a trovarmi. Il medico mi aveva consigliato di mangiare molto gelato – dava sollievo al mal di gola –, e così lei si presentò con due gelati enormi, uno limone e arancio, l’altro vaniglia e stracciatella. Scelsi il cono alla vaniglia, amavo quel gusto più di ogni altro. Noemi sapeva che non avrei saputo resistergli e che mi piaceva molto anche la stracciatella. Anche lei profumava di vaniglia, ma naturalmente questo non gliel'avrei mai detto. Io sedevo nel letto con la schiena dritta, Noemi era su una sedia lì accanto. Ci godevamo il gelato e lei si godeva il mio entusiasmo per la vaniglia e per la sorpresa che le era riuscita. Il cono in mano, guardavamo il porto e le barche colorate che avevo costruito con il lego.
Noemi aspettò un poco, lasciò sciogliere il gelato in modo che sprigionasse tutto il suo aroma; solo a quel punto, quando già minacciava di colare gocciolandole sulla gonna, incominciò a leccarlo con delicatezza. Leccava la pallina di limone lentamente e voluttuosamente. Maneggiava il gelato con estrema cautela, come se fosse qualcosa di fragile. Seduto sul letto, io divoravo la stracciatella osservando ogni suo movimento. Guardavo con ammirazione come si dedicava completamente al gelato. Quando ebbe finito di mangiare il cono, si leccò le dita, poi si asciugò le mani e la bocca con un piccolo tovagliolo di carta. Infine si volse di nuovo verso di me e mi guardò con aria raggiante.
A casa nostra non c’era spesso il gelato. A mio padre non piacevano i gusti che andavano di moda ultimamente. E poi secondo lui troppo gelato faceva venire la diarrea. Per questo avevo esultato quando Noemi era arrivata con quei due grandi coni.
Fuori si fece buio. Nuvole spesse correvano nel cielo, lo scirocco ululava nei vicoli e io mi immaginavo come nella laguna le navi e le barche venissero sbatacchiate qua e là dalle onde spumeggianti. Nella mia camera sul Rio della Misericordia, rischiarata dal fioco chiarore di una piccola luce, c'era invece un bel tepore. Noemi e io non parlavamo molto, come il più delle volte quando eravamo insieme. Dalla radio giungevano le note di Volare, e io avrei voluto volare per davvero. Il gelato alla vaniglia e il sorriso di Noemi mi avevano messo di ottimo umore.
Noemi indossava un maglione dolcevita blu. I capelli biondi – che invece di caderle sulle spalle erano raccolti – le conferivano un aspetto molto diverso dal solito. Aveva accavallato una gamba sull'altra e con lo sguardo vagava tra le navi del mio porto di lego, mentre Volare continuava ad aleggiare nella stanza.
«Credi che sia vero quello che si dice, che la gente a cui non piace il gelato è stupida?», chiese.
Sussultai. Se era vero, allora mio padre era uno stupido. Questo non potevo accettarlo. «Non so», dissi. «Dove l’hai sentito?». «Me l’ha detto una volta mio zio. Quelli a cui non piace il gelato sono stupidi o barbari.» Deglutii. Suo zio aveva ragione, ma avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa. Mio padre un barbaro, che idea insopportabile. «Hmm ...», feci. «Ne conosci di gente a cui non piace il gelato?» «Può essere», risposi evasivo. Ero nei pasticci e cercavo una via d’uscita. Ma non mi
veniva in mente nulla, e non appena facevo per dire qualcosa, le idee mi si confondevano in testa.
«I dentoni sono barbari», dissi infine, felice di essere ancora riuscito a tirar fuori qualcosa di abbastanza sensato.
«Dentoni?» «Sì, quelli che invece di leccare lentamente il gelato, lo addentano ingoiandolo con
avidità. Come Lucio ad esempio, Lucio è un barbaro, lo si vede da come mangia il gelato.» La cosa sembrò convincerla. «Hai ragione, Lucio è un barbaro. Non solo quando mangia il gelato.» Scherzando aggiunsi poi: «Del resto è anche figlio plurimo.»
Ridemmo. Tutti e due eravamo stati tormentati così spesso solo per il fatto di essere figli unici che una frecciatina del genere ci faceva bene.
Volare andava spegnendosi a poco a poco, mentre il dolore alla gola tornava a farsi sentire.
«Riesci a immaginare di avere un fratello o una sorella?», chiese Noemi dopo una breve pausa. Non ero sicuro di essere in grado di farlo. Dovevo pensarci su. Non avevo né fratelli né sorelle, come facevo a immaginare cosa volesse dire? Mi era impossibile dire qualcosa al riguardo – non riuscivo a pensare proprio a un bel niente.
«Veramente me la cavo benissimo da solo», dissi. «Vuoi dire che non hai bisogno di nessuno con cui litigare?» «Proprio così.» Mi guardò pacatamente stiracchiandosi la gonna.
«C'è chi dice che i figli unici non sappiano condividere le cose con gli altri e siano crudeli.»
«Solo i barbari la pensano così», dissi, «e chi ha i dentoni». Scoppiammo a ridere. La sua risata mi avvolse in modo meraviglioso. Era disarmante. «A tua madre non sarebbe piaciuto avere un altro figlio?», chiese infine. «Può essere», dissi. «Ma forse ha voluto un solo figlio per risparmiargli il suo destino – mia madre ha dodici fratelli.» «Dodici fratelli!» «Con tutti quei fratelli avrà sicuramente finito per rimetterci. Non parla volentieri della sua infanzia e quando lo fa il tono non è mai un granché positivo.» Noemi annuì. Assorta nei suoi pensieri fissava il porto di lego, lo sguardo smarrito tra
le navi colorate e l’arsenale che avevo costruito. Poi, all’improvviso, la sua espressione cambiò, il suo viso, le sue labbra si contrassero, come se un pensiero doloroso la angustiasse.
«Credi che i genitori dei figli unici non si piacciano veramente?», chiese. Mi bloccai un istante. Non sapevo cosa dovevo risponderle. «Anche questo te l’ha raccontato tuo zio?» «No, me l’ha detto una volta la mamma di un’amica in America. Ero così triste che quasi mi mancava l’aria per respirare. Pensai che i miei genitori sono davvero come cane e gatto, così diversi tra loro, così litigiosi. Anche se poi tornano di nuovo a essere buoni amici.»
Riflettei su com'erano i miei genitori: la situazione era simile. «Non credo si possano stabilire regole del genere», dissi in tono di sfida. Ero furente con questa signora americana. Era certamente la madre di un figlio plurimo. «Non capisco perché la mamma della tua amica ti abbia detto una cosa del genere.»
Noemi si guardò le mani. Poi posò la destra sulla mia fronte bollente. Era la prima volta che un essere femminile, a parte mia madre e le mie zie, mi toccava in questo modo. Sentii che mi stava succedendo qualcosa di folle, ero frastornato e al contempo sarei potuto esplodere di gioia. La sua mano rimase sulla mia fronte soltanto per una manciata di secondi, ma furono sufficienti perché mi si aprisse un mondo nuovo. Quando la tolse, ero tutto scombussolato. Mi resi conto che era quello ciò che volevo, che ardevo dal desiderio di risentire la sua mano, il calore delle sue dita. Al tempo stesso ero triste in un modo strano e mi veniva quasi da piangere.
Dovevo avere la fronte che scottava; Noemi mi disse che avrei fatto bene a riposarmi un po' e a dormire, poi mi salutò e andò a casa. Ma come potevo dormire in quello stato?
Quando, dieci giorni dopo, ritornai in classe, la sedia accanto a me era vuota. Inizialmente pensai che Noemi fosse malata, ma poi l’insegnante mi disse che lei e i suoi genitori erano tornati negli Stati Uniti, che l'intera famiglia era partita del tutto inaspettatamente per New York. Rimasi di sasso. All'improvviso com'era apparsa, Noemi era ora scomparsa. Avevo percepito a malapena quella felicità, la delicata pressione della sua calda mano. Smarrito, fissai nello specchio la mia fronte, sulla quale le sue dita si erano posate, e mi rinchiusi in camera.
Nei miei sogni diurni sentii ancora a lungo il profumo di vaniglia di Noemi, il suo delicato contatto, diverso da ogni altro contatto passato e futuro. Nel mio cuore c’era posto soltanto per lei, che ormai non c'era più. Era terribile tornare senza Noemi in quella classe di dentoni e di barbari, dove da quel momento in avanti sarei stato la femminuccia.
 

L'amante del gelatiere

The Gelatiere's Lover

 

translated by Janina Joffe

Chapter 1

I was born on the eleventh day of the eleventh month of the year. Even though I’m not a numerologist I presume this is no coincidence. My father called me Stuccatore meaning “plasterer”. I have no idea why, but for him I was always the Stuccatore even though I was never interested in the art of plastering. He worked as a boatman on a vaporetto and I was very proud whenever I saw him at the rudder on the Canal Grande. My mother helped out at a hairdresser on the Via Garibaldi in the Sestiere Castello. Both moved to Venice from the mainland in search of happiness when they were young.
In my early childhood this happiness consisted of a tiny two bedroom apartment on the second floor of a reddish brown house on the Rio della Misericordia. It was quiet, had a small garden and a courtyard. A door opened from the laundry room onto this courtyard and while my mother did the washing, I would sit on the stoop or kick a ball against the mouldy walls while the smell of fresh laundry rose through the quad.
Canareggio, where I grew up, was a place where simple people lived. Our neighbours were bricklayers, confectioners and gelatieri. Lawyers, teachers or doctors lived elsewhere. We lived on the farthest edge of Venice, all the way in the north, “fora dal mondo”, outside of the world as even the Venetians would say. There were no gondolas here and tourists seldom strayed to these parts. The only thing that was certain to come here was the water.
We had a small blue boat tied up in front of our house. When Venezia wasn’t playing at the Penzo stadium on weekends we would take the boat out into the lagoon. Other times we would just cruise through the city where my father preferred to head for the Rio del Santissimo which leads underneath the church of Santo Stefano so that he could shout “Pope Hoi” while mass was being read.
That was my childhood – a life alongside water, on water, surrounded by thousands of posts, washed around by waves, a constant rocking and swaying motion. We practically lead a nautical life, deep down we were all sailors and seafarers even though none of us could swim. When I first set foot on the mainland age five, it was a total shock for me. I had assumed that everyone lived the way we did. I saw no appeal whatsoever in driving cars on roads or living in high-rises.
My first walking attempt wasn’t the only thing that proved difficult on the mainland. I found school very taxing because I first had to learn how to navigate this completely new terrain – a social Terraferma if you will. My classmates were all bigger, stronger and louder than I was. I was an outsider from the word go since they saw me as a typically spoilt only child. Even the term “only child” upset me – as if it were a disease to grow up alone; as if one couldn’t be normal if one hadn’t grown up with siblings; as if one was scarred irreparably from this experience. It’s not as if the others were labelled with a derogatory term like multiple children. But that didn’t matter to them. What mattered were my many defects. I was far too fragile and sickly. Far too quiet and reserved. Far too small and weak. Far from a stuccatore.
Things only changed for me when the new girl started in our class. Her father was American and her mother from Rome and they had just moved to town from the United States. Since I was the best student in most of my lessons she was sat next to me. I was supposed to look after her and help her out if she fell behind. I was totally unimpressed. I was at the age where a boy wants nothing to do with girls and where one certainly cannot sit next to one of them in class. I feared the mocking I would receive from the other boys – after all it was clearly worse to be called a “girly boy” than an only child.
But the new girl was also an only child. And even though I was sceptical and dismissive at first and my behaviour toward her was clumsy and insecure we became closer every day. She spoke Italian with an American accent which was somehow attractive to me. Her name was Noemi and she was more
refined and delicate than all the others. Born in Manhattan and raised in Brooklyn she had already seen more of the world than all of us combined. She appeared fragile, nervous and sickly but her beaming eyes and charming smile quickly won me over. I ignored the risk of being bullied as a “girly boy” and did everything I could to help her find her feet as quickly as possible.
She didn’t seem to mind that I was shy and reserved. After the early stages of getting to know each other, I began to sense that she liked me. I think she admired me even though it was unclear why. Maybe she admired me because I was a bit better than the others at mathematics and writing but somehow I don’t think it was anything as banal as that. There was a hidden tenderness in her gestures and glances. I had finally found a friend in class. That this friend happened to be a girl didn’t bother me anymore.
The rest of the grade accepted Noemi reluctantly. She was respected because of her dignified demeanour but some felt inferior and insecure about the fact that she spoke English fluently. She was always friendly but still most found her cool, haughty and arrogant. She wasn’t what a girl from Canareggio should be like. It hurt me that the others didn’t appreciate her the way I did but somehow it bothered me less when I realised that this way she would focus more of her attention on me.
Usually we went home together after school because she lived very close to my house. She visited me sometimes but only when my parents weren’t there. I don’t know if this was the result of her shyness or her intuition. When my mother looked out from the window she never came upstairs with me. Likewise, I was never allowed to go to her house – probably because her mother was usually at home.
I was ill frequently, which my fellow students took as a sure sign of the damage sustained from being and only child and resulted in repeated phone calls to my parents from various teachers. After my tonsils had been removed at the Ospedale Civile I was bedridden for several days. Naturally I had been very afraid before the operation. I remember having my arms and legs strapped to a chair and being shown an orange balloon, the colour of which I had been asked to choose earlier and decided on my second favourite. I tried to reach for the balloon, and as I moved my arm another hand pressed a mask onto my face - gas streamed into my mouth making it nearly impossible to breathe. I panicked and tried to break free thinking they were trying to kill me. The operation was a success.
To my mother’s shame, I threw up in the water taxi on the way back to the Rio della Misericodia. When we arrived at home I still felt nauseous with a very sore throat. My father joked that I should be careful not to end up in the Ospedale degli Incurabili, The Hospice for the Incurable, a place that scared me so much I didn’t even dare walk past it. Somehow the words “incurable” and “only child” were invariably linked in my mind. I expect this was also the case for my classmates, although their reasons were different from mine.
That afternoon, while my father was steering his vaporetto and my mother was working at the hairdressers Noemi visited me. The doctor had recommended I eat a lot of ice cream and so she arrived at my house with two enormous gelati – one was lemon and orange and the other vanilla and stracciatella. Because I loved vanilla more than anything I went straight for that cone. Somehow she had known I wouldn’t be able to resist two of my favourite flavours. I would never have dared to tell her this, but that day I thought she smelled of vanilla too.
I sat upright in my bed and Noemi sat on a chair next to me, both of us very excited about our ice creams. She was happy to see how delighted I was about the vanilla flavour and that her surprise had been such a success. We clutched our gelato cones and looked at the little harbour and colourful boats I had built out of Lego.
Noemi waited a while for her ice cream to begin melting so that its full flavour could expand and only began carefully licking it when it threatened to drip on her skirt. She licked the lemon scoop very slowly, savouring every moment. She treated the ice cream with such care – as if it were fragile. I sat on my bed, devouring my stracciatella scoop and watched her every move. I admired how fully she
indulged in the experience. When she had finished eating the waffle she licked her fingers and wiped her mouth and hands with a little paper napkin. Then she turned toward me with a huge smile.
We seldom ate ice cream at my house. My father didn’t like all the new flavours that were becoming popular these days. And he was convinced that too much ice cream resulted in diarrhoea. That is one of the reasons why I was so totally overjoyed when Noemi turned up at my house with those two giant cones that day.
Dusk began to settle outside. Thick clouds moved across the sky, the Scirocco howled through the streets and I imagined how the boats and ships in the lagoon were being tossed back and forth by the frothy waves. But inside my room on the Rio della Misericordia it was warm and a small lamp created a matt shimmer all around us. Like most times we spent together, Noemi and I didn’t speak much. The song “Volare” was playing on the radio and Noemi’s smile and the delicious vanilla ice cream had left my spirits so high I really thought I could take off at any moment.
Noemi wore a blue turtleneck sweater that day. Her mid-length blonde hair was pinned up so that she looked completely different to me. She had one leg crossed over the other. Her gaze was lost in the ships in my Lego harbour while “Volare” kept floating through my bedroom.
“Do you think it’s true what they say – that people who don’t like ice cream are fools?” she asked. I flinched momentarily. If that were the truth, then my father was a fool. I simply couldn’t let that be. “I don’t really know” I said. “Where did you hear that anyway?” “My uncle told me. People who don’t like ice cream are either idiots or barbarians.” I swallowed. Of course her uncle was right but maybe he should have kept his mouth shut. The thought of my father as a barbarian was inconceivable to me. “Hmmm...” I mumbled. “Do you know anyone who doesn’t like ice cream?” “Could be” I said evasively. I was trapped and looking for a way out. But I couldn’t think of anything and just as I was about to speak everything in my head became jumbled and confused. “Biters are barbarians” I finally said, pleased that I had managed to come up with a halfway decent comment. “Biters?” “Yes, people who don’t slowly lick their gelato but bite into it and swallow it greedily. Like Lucio, for example. Lucio is a barbarian – you can tell from the way he eats his ice cream.” This appeared to make sense to her. “Yes, you’re right. Lucio really is a barbarian. And not just when he’s eating ice cream.” Jokingly I added: “He is a multiple child after all.” We laughed. We had both been bullied for being only children so many times that a jibe like this felt great. “Volare” faded in the background and I felt a sharp pain in my throat again. “Could you imagine having a sister or a brother?” Noemi asked after a moment’s silence. I didn’t know if I could. I had to let the idea run through my mind first. I had neither a sister nor a brother and consequently didn’t know what it meant to have a sibling at all. It was impossible for me to say something about it because it was impossible for me to even think about it. “I think I’m getting by ok on my own” I finally said. “You mean you don’t need anyone to argue with.” “Exactly” She looked at me calmly and adjusted her skirt a little. “Some people think only children don’t learn how to share and are inconsiderate.” “Only barbarians would say such a thing” I said “and biters.” We laughed. Her laughter enveloped me in the most wonderful way. It was disarming. “Didn’t your mother want another child?” she finally asked. “Could well be” I said. “But may she only had one child in order to spare me from having her experience – my mother had twelve siblings.” “Twelve siblings!”
“I’m sure she missed out on lots of thing with that many children around. She doesn’t speak about her childhood much and when she does it isn’t particularly positive.” Noemi nodded. She stared at my Lego harbour again, lost in thought, her eyes lingering on the colourful boats and the model of the Arsenale. Suddenly her expression changed, her face and lips tensed up as if a painful thought was distressing her.
“Do you think parents of only children don’t really love each other?” she asked. I paused for a moment, unsure of how to answer her. “Did your uncle tell you that too?” “No, the mother of a friend in America told me that once. I was so upset I nearly couldn’t breathe anymore. I had to think about how my parents really are like cats and dogs, so different and so argumentative. But then I guess they are also like very close friends.”
I thought about how my parents were around each other and thought it was much the same. “I don’t think you can set up rules like that” I said defiantly. I was angry at this American mother. She was clearly the mother of a multiple child. “And I don’t understand why your friend’s mother would say such a horrible thing to you.”
Noemi looked down at her hands. Then she placed her right hand on my hot forehead. It was the first time that a female being other than my mother and my aunts had touched me in this way. I could feel something crazy happening inside of me, I was confused but bursting with joy all at the same time. Her hand only rested on my head for maybe three or four seconds but during those few moments a whole new world opened up for me. When Noemi took her hand away I was in a complete mess. I knew that I wanted to go back there, that I was burning to feel her hand again, the warmth of her fingers. At the same time I was strangely sad and nearly began to cry.
My forehead must have been extremely warm, even feverish, because Noemi said I needed to rest and get some sleep. But how could I sleep in the state I was in? She said good-bye and went home.
When I returned to school ten days later, the seat next to mine was empty. At first I thought Noemi was ill but then my teacher told me that her family had unexpectedly returned to New York. I was distraught. Noemi had disappeared just as suddenly has she had arrived in my life. How could this be when I had only just felt this immense joy and the gentle pressure of her hand? Forlornly, I stared in the mirror at the place where her hand had rested on my forehead and locked myself in my room.
For a long time after that I smelled Noemi’s vanilla scent and felt her gentle touch in my daydreams. Her touch was different from every touch I felt before and after that moment. There was only room in my heart for her. But she was gone. It was awful returning to a class full of barbarians and biters without her and from that moment on I was only known as “the girly boy”.